Zero 7

12 06 2009

zero_7

Gli Zero 7 (Henry Binns e Sam Hardaker) sono due produttori inglesi che scrivono e arrangiano ottima elettronica downtempo e pop d’autore. Ma questa è una rapida catalogazione, e a loro sta abbastanza stretta…

zero 7 simple things when it falls the garden

“Simple Things” (il loro primo disco) si apre con “I Have Seen”, un manifesto che ben introduce alla poetica degli Zero 7. Rhodes a profusione, batterie gustose ma al contempo leggere, regolari, chitarre acustiche ed elettriche dalle melodie delicate e per niente sciatte. Ma c’è molto di più: “Simple Things” è una conchiglia dai tanti suoni e dalle mille sfumature ambientali, una cosa personale da tenere stretta e da ascoltare durante le giornate più diverse. I corposi synth di “Polaris” preparano il terreno ad una batteria jazz suonata in quattro quarti, “Destiny” fa tremare la schiena e eccita i neuroni grazie alla meravigliosa interpretazione di Sia Furler (un ingresso vocale veramente da brividi). La profonda e bassa “Simple Things” si carica di un pathos spirituale, elevato dalla voce di Mozez e dagli archi, sospinto lontano da rhodes e sintetizzatori per poi concludersi in maniera ciclica, con un ritorno alle note più basse e alla batteria scandita, protagonisti della prima parte. Un tappeto sonoro guidato da un piano porta ad un tripudio di fiati in “Red Dust”, e “Distractions”, per merito di una Sia che continua a deliziare, oltre che per composizione, melodie e sound, è uno dei momenti da incorniciare. Per “In The Waiting Line” (con una brava Sophie Barker) rimando ad una scena di Garden State! Gli Zero 7 hanno sicuramente recepito la lezione di dischi come “Moon Safari” (AIR), sia per la scelta degli strumenti (molto vicini agli anni ’70) che per le atmosfere ariose, ma ciò non significa che non abbiano un proprio carattere (anzi!), e tutte le loro peculiarità si manifesteranno appieno anche nei dischi seguenti.

Segue “When It Falls”, che è una conferma delle capacità e dell’originalità del duo e che segna un’evoluzione nella loro produzione, dal sapore più acustico e nel complesso più matura. Facile innamorarsi della raffinata “Somersault” o rimanere stupefatti nel mondo di “Home” (Tina Dickow sembra una diva di una Motown orchestrale, mi vengono in mente alcuni pezzi prodotti per Diana Ross). “Over Our Heads” è uno dei picchi più spirituali della loro discografia, mentre i suoni caldi e bassi di “Passing By” conducono di nuovo il disco in un’ambientazione più terrena (si sentano le chitarre, il rullante e i clap). La titletrack è un monumento al rhodes e al suo inconfondibile attacco. Il pop campagnolo di “In Time” suona dannatamente bene. “Speed Dial No. 2” è un’altra meraviglia di Sia e della produzione degli Zero 7. Insomma, se “Simple Things” resta insostituibile, “When It Falls” è un altro classico.

The Garden” è un disco molto importante. Il singolo “Throw It All Away”, con i suoi divertenti assoli di chitarra e la Furler al microfono, probabilmente ha fatto sperare parte della fan-base in una certa continuità di stile. Ma le sorprese iniziano subito -con “Futures”- a partire dalla voce (José González), synth lontanamente psichedelici a metà pezzo e chiusura con micro-frammenti di cantato tagliati e looppati tra di loro. Il cambiamento si sente tutto: baricentro di influenze che si sposta indietro di un decennio (gli strumenti scelti e la scrittura dei pezzi hanno più collegamenti con gli anni ’60 rispetto ai lavori precedenti) e al contempo ricerca di nuovi linguaggi. A Henry e Sam non piace adagiarsi sugli allori: l’eccellenza di brani strumentali come “Seeing Things”, la commistione tra bianco e black di “The Pageant Of The Bizarre” o la multiculturalità di “Crosses” (delays, soul, sintetizzatori vintage e elettronica degli ultimi 20 anni) ne sono una dimostrazione. I ponti più espliciti con il percorso originario degli Zero 7 sono il già citato singolo e “Your Place”, in cui –tadaan– Henry Binns si cimenta come voce lead: se l’arrangiamento della parte introduttiva e conclusiva della canzone (meno stratificato e più elementare) ricordano le loro prime produzioni, sia la batteria che l’esplosiva e composita orchestrazione di fiati sono comunque molto distanti da “Simple Things”. Mentre sono esempi emblematici dei nuovi Zero 7 la bellissima (dal cantato al solo effettato di chitarra) “This Fine Social Scene”, con Valérie Etienne come backing vocalist (!), “If I Can’t Have You” (Sia Furler è Regina Mida, tutto ciò che canta trasforma in oro) e “Waiting To Die”, per cui non riesco a trovare le parole adatte! Anche “The Garden” merita tanti ascolti…

Sul loro myspace potete sentire un po’ di materiale più recente, e potete conoscerli più in dettaglio tramite il loro sito ufficiale. E ci sono novità: “Yeah Ghost”, fuori a settembre 2009.

fabio

Gli Zero 7 (Henry Binns e Sam Hardaker) sono due produttori inglesi che scrivono e arrangiano ottima elettronica downtempo e pop d’autore. Ma questa è una rapida catalogazione, e a loro sta abbastanza stretta…

“Simple Things” (il loro primo disco) si apre con “I Have Seen”, un manifesto che ben introduce alla poetica degli Zero 7. Rhodes a profusione, batterie gustose ma al contempo leggere, regolari, chitarre acustiche ed elettriche dalle melodie delicate e per niente sciatte. Ma c’è molto di più: “Simple Things” è una conchiglia dai tanti suoni e dalle mille sfumature ambientali, una cosa personale da tenerci stretta e da ascoltare durante le giornate più diverse. I corposi synth di “Polaris” preparano il terreno ad una batteria jazz suonata in quattro quarti, “Destiny” fa tremare la schiena e eccita i neuroni grazie alla meravigliosa interpretazione di Sia Furler (un ingresso vocale veramente da brividi). La profonda e bassa “Simple Things” si carica di un pathos spirituale, elevato dalla voce di Mozez e dagli archi, sospinto lontano da rhodes e sintetizzatori per poi concludersi in maniera ciclica, con un ritorno alle note più basse e alla batteria scandita, protagonisti della prima parte. Un tappeto sonoro guidato da un piano porta ad un tripudio di fiati in “Red Dust”, e “Distractions”, per merito di una Sia che continua a deliziare, oltre che per composizione, melodie e sound, è uno dei momenti da incorniciare. Per “In The Waiting Line” (con una brava Sophie Barker) rimando ad una scena di “Garden State”! [link]. Gli Zero 7 hanno sicuramente recepito la lezione di dischi come “Moon Safari” (AIR), sia per la scelta degli strumenti (molto vicini agli anni ’70) che per le atmosfere ariose, ma ciò non significa che non abbiano un proprio carattere (anzi!), e tutte le loro peculiarità si manifesteranno appieno anche nei dischi seguenti.

Segue “When It Falls”, che è una conferma delle capacità e dell’originalità del duo e che segna un’evoluzione nella loro produzione, dal sapore più acustico e nel complesso più matura. Facile innamorarsi della raffinata “Somersault” o rimanere stupefatti nel mondo di “Home” (Tina Dico sembra una diva di una Motown orchestrale, mi vengono in mente alcuni pezzi prodotti per Diana Ross). “Over Our Heads” è uno dei picchi più spirituali della loro discografia, mentre i suoni caldi e bassi di “Passing By” conducono di nuovo il disco in un’ambientazione più terrena (si sentano le chitarre, il rullante e i clap). La titletrack è un monumento al rhodes e al suo inconfondibile attacco. Il pop campagnolo di “In Time” suona dannatamente bene. “Speed Dial No. 2” è un’altra meraviglia di Sia e della produzione degli Zero 7. Insomma, se “Simple Things” resta insostituibile, “When It Falls” è un altro classico.

The Garden” è un disco molto importante. Il singolo “Throw It All Away”, con i suoi divertenti assoli di chitarra e la Furler al microfono, probabilmente ha fatto sperare parte della fan-base in una certa continuità di stile. Ma le sorprese iniziano subito -con “Futures”- a partire dalla voce (José González), synth lontanamente psichedelici a metà pezzo e chiusura con micro-frammenti di cantato tagliati e looppati tra di loro. Il cambiamento si sente tutto: baricentro di influenze che si sposta indietro di un decennio (gli strumenti scelti e la scrittura dei pezzi hanno più collegamenti con gli anni ’60 rispetto ai lavori precedenti) e al contempo ricerca di nuovi linguaggi. A Henry e Sam non piace adagiarsi sugli allori: l’eccellenza di brani strumentali come “Seeing Things”, la commistione tra bianco e black di “The Pageant Of The Bizarre” o la multiculturalità di “Crosses” (delays, soul, sintetizzatori vintage e elettronica degli ultimi 20 anni) ne sono una dimostrazione. I ponti più espliciti con il percorso originario degli Zero 7 sono il già citato singolo e “Your Place”, in cui –tadaan– Henry Binns si cimenta come voce lead: se l’arrangiamento della parte introduttiva e conclusiva della canzone (meno stratificato e più elementare) ricordano le loro prime produzioni, sia la batteria che l’esplosiva e composita orchestrazione di fiati sono comunque molto distanti da “Simple Things”. Mentre sono esempi emblematici dei nuovi Zero 7 la bellissima (dal cantato al solo effettato di chitarra) “This Fine Social Scene”, con Valérie Etienne come backing vocalist (!), “If I Can’t Have You” (Sia Furler è Regina Mida, tutto ciò che canta trasforma in oro) e “Waiting To Die”, per cui non riesco a trovare le parole adatte! Anche “The Garden” merita tanti ascolti…

Sul loro myspace link potete sentire un po’ di materiale più recente, e potete conoscerli più in dettaglio tramite il loro sito ufficiale, link. E si preannunciano novità: “Year Ghost”, fuori a settembre 2009.

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2 responses

15 09 2009
stefano

sia é troppo in gamba con gli zero7

15 09 2009
fabio

Già, è difficile non innamorarsene :-)

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