Come meditate on bass weight – Mala 25/02/2011

27 02 2011

Pace, conoscenza e consapevolezza. Lo sguardo di Mala è sereno, alla lecture della RBMA risponde alle domande competenti di Damir,  suona un pezzo dagli archivi DMZ, poi un dubplate di Coki, parla della sua esperienza con alcuni software di produzione, della sua visione di sound system music, fa girare alcuni vinili tra i divanetti e discute amichevolmente con un nutrito ma intimo gruppo di produttori, dj, addetti ai lavori vari e ascoltatori. Sorride spesso.

Negli ultimi mesi ho avuto la preziosa occasione di partecipare ai set di The Bug e Flow Dan, Kode 9, The Spaceape e Jah Shaka. Se dovessi associare idealmente un’esperienza alla parola “dubstep”, questa sarebbe senza dubbio la serata di venerdì scorso a Firenze.

Mala è un pioniere. È un protagonista del dubstep fin da tempi non sospetti, ha creato e diffuso il dubstep assieme a qualche decina di altre teste. “Small room big sound”, serate in cui si conoscevano un po’ tutti, Benga e Skream quindicenni… per intenderci. E qui non si tratta solo di storia, di meriti, di titoli, di parole: Mala, prima che suonare dubstep, è dubstep. E la differenza è essenziale; ad esempio, chi ha recentemente assistito ad un’esibizione di Hatcha (altro padre della scena) può notare chiaramente la distanza tra i due set.

La cultura, la spiritualità, l’esperienza, le origini e le visioni non sono sul mercato. Non si comprano e non si vendono.

Mala non è un alieno della tecnica, non ha bisogno di suonare la roba più hot del momento. Mala conosce i flussi e conosce le tracce. Conosce il potere delle frequenze e ha un’idea profonda dei drop. Può sempre suonare “Lost City” e “Anti War Dub”, si sposta più in alto nella banda secondo il gusto e l’intuizione in comune con Coki, fa il primo pull-up della serata su un pezzo a dir poco mistico, con una linea di basso calda e dei fiati che suonano come uno sciame di api che attraversa dei tubi di ottone. Se c’eravate, vi verrà ancora più da ridere tutte le volte che incontrerete la parola “post-dubstep”. Ho detto abbastanza.

L’apertura, altrettanto, merita una menzione speciale: Andrea Mi sempre attento, dai classici di Skream alle trovate di DVA, Biologic con ritmi e bassi irresistibili e contaminati, periferie bollenti dalla Jamaica all’Angola (best opening della serata secondo me) e infine Numa Crew in gran spolvero con tante loro produzioni, dalla immancabile “Herbalist” alla bellissima “Tuff Africa” e altre ancora che non conoscevo.

Che dire ancora? Sicuramente, una data difficile da dimenticare. Il resto è meditazione…

fabio

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