MY THREE CENTS #1 – Electrolysis

11 02 2011

Non v’è storia, Raymond Scott era un cazzo di genio. Una specie di Nikola Tesla della musica. Terribilmente avanti con i suoi tempi, Harry Warnow (il suo vero nome), si barcamenava tra swing e dixieland, firmava le colonne sonore per i cartoni animati della Warner Bros e nel tempo libero assemblava pezzo per pezzo il primo sintetizzatore, qualcosa che avrebbe sconvolto tutta la musica negli anni successivi. Molto successivi. Lo stesso Bob Moog, che spesso viene accreditato come padre degli strumenti elettronici afferma di avere attinto a piene mani dal repertorio tecnico del signor Scott nella creazione dei suoi gioielli. Il merito di Moog fu quello di mettere prima su un tavolo e poi in una borsa ciò che ai tempi di Raymond Scott occupava una stanza. “Manhattan Research Inc.è una preziosa testimonianza riportata alla luce dall’etichetta olandese Basta, su ciò di cui fu capace il musicista/ingengere Raymond Scott negli anni ’50, uno dei primi tentativi di fare vere e proprie canzoni elettroniche fuori dagli impenetrabili stilemi seriali e puntuali di Stockhausen e compagnia. L’operato di Scott varcava quindi i confini dell’accademia e del “chi sa fare sa capire(ok, che cazzo di proverbio è?) propri della scuola concreta e questo appare evidente ascoltando “Vim”, “Sprite”, “County Fair”, Vicks o “Nescafé”, opere commissionate dalle stesse azienze come sottofondo ai commenti pubblicitari. Insomma, Raymond Scott oltre a dare l’input allo sviluppo degli strumenti elettronici ha contribuito a far uscire l’elettronica dai salotti per intenditori per regalarla al Pop e al Rock e non solo. Negli ultimi anni, la riscoperta dell’opera di Raymond Scott si è fatta sentire anche nel mondo dell’Hip-Hop, da “Lightworks” di Dilla, che riprende l’omonima, fino a “T.O.J.” di El-P, contenuta in Fantastic Damage, che contiene ben tre estratti di altrettanti pezzi di Scott (“Cyclic Bit”, “Ripples (Montage)” e “County Fair (Instrumental”). Nella gremita fila di coloro che devono l’anima a Raymond Scott uno dei personaggi più interessanti è sicuramente Bruce Haack. Anche lui costruì alcuni strumenti elettronici (ricordiamo il Dermatron, aggeggio infernale che riusciva ad emettere suoni grazie alla conduttività elettrica del corpo) e anche lui fu molto vicino al pubblico infantile essendo stato impegnato per molto tempo in progetti di musica elettronica “educativa” per bambini che devono averlo stressato a tal punto da concepire un disco come “Haackula(in realtà fu un duro periodo di dipendenza da alcol e droga). “Haackula” è la parte più buia e meno scherzosa di Bruce Haack che, messi da parte i nasi rossi e le clave da giocoliere, sussurra malcontento, pessimismo, umorismo nero e sconcio con voce robotica sopra i suoi classici ritmi ossessivi e meccanici. Insomma, frasi come “you don’t need to be near me to lick my dickin riferimento a chi criticò la sua musica, continui riferimenti a sesso orale (“Blow Job”), masturbazione (“Sun Sukd”) e fuck sparsi qua e là rappresentarono un deciso cambio di rotta per un artista che qualche tempo prima cantava per i bambini cose come “Funky Little Song”, tant’è che la sua etichetta, nel 1978, si rifiutò categoricamente di pubblicare il disco bollandolo come osceno. Dieci anni dopo Bruce Haack morì nel sonno ma di “Haackula” non si seppe nulla per altri vent’anni, quando la Omni Records lo ristampò, aggiungendovi, oltre ad una copertina orrenda, i trentadue minuti di ambient di “Icarus” e soprattutto una storica collaborazione del 1982 con Russell Simmons in piena fioritura Electro, “Party Machine” (ripresa da Blockhead per “Maintenance”). Seppure siamo venuti a conoscenza di “Party Machine” solo tre anni fa va sottolineato il contributo fondamentale che Bruce Haack, ormai soprannominato “King Of Techno”, assieme ai Kraftwerk, diede alla nascita dell’Electro, influenzando inevitabilmente Afrikaa Bambaataa e chi assieme a lui sviluppò il genere negli anni a seguire. E chi lo stravolse da subito come i Death Comet Crew, al secolo Stuart Argabright, Michael Diekmann, Shinichi Shimokawa e Dj High Priest. La loro unica opera disponibile al momento è “This Is RipHop“; non è un best of, è una testimonianza di come le cose andassero di fretta a New York tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80. L’Hip-Hop era appena nato, ma era come se fosse lì da sempre, dentro i palazzi, nei campetti, nei liquor-stores; bastava agitarlo un po’. Lo si vedeva crescere, arrivare in classifica, sulle copertine, nelle gallerie d’arte, al cinema, sconfinare nel Rock e nell’Elettronica e insidiare i dinosauri che si esibivano negli stadi. I Death Comet Crew erano una formazione inusuale al tempo, annoverando un tedesco, un giapponese e un Dj Hip-Hop bianco, ma provarono a portare questo flusso così malleabile e vivo a un altro livello, sperimentandolo, estremizzandolo, schiantando Rick Rubin con gli Einsturzende Neubauten, buttando tutto in un calderone assieme a estratti cinematografici e televisivi, rumori, scratch rudimentali e ritmi sghembi. Le otto tracce registrate live al Pyramid di NY riescono a far respirare il traffico della Grande Mela, i clacson, il rumore della metro, le voci all’interno dei club colmi di persone che si lasciano trasportare dall’Hip-Hop e vogliono vedere fino a che punto può arrivare. “America“, “Riflemen”, “Dance Mofo”, “A King A Wave Passes”, “America 2” devono aver insegnato molto ad MF Doom e al suo disordine, a El-P e alle sue atmosfere rumorose o ai suoi beat ultrastratificati; non per altro questi ultimi citano i DCC come una delle loro maggiori fonti di ispirazione. “At The Marble Bar“, “Scratching Galaxies”, Exterior Street” (pazzesca) e “Funky Dream One” sono quattro pezzi di storia dell’Hip-Hop, smaccatamente Electro, più pulite e meno caotiche, parti di un lavoro del 1984 dei DCC assieme al leggendario e compianto Rammellzee, codificatore del futurismo gotico, proprietario per sempre dei diritti sulla parola “stile. Il lavoro dei DCC dimostra come non è possibile parlare di una data d’inizio dell’Hip-Hop sperimentale non avendo quest’ultimo mai avuto una forma statica, ma essendo, anzi, sempre stato capace di fagocitare qualsiasi tipo d’influenza musicale e culturale; l’Hip-Hop è sempre stato sperimentazione e qualsiasi linea di pensiero purista al suo interno viene smentita dalla storia.

Tre dischi, tre testimonianze postume di come, in fondo in fondo, non è che ci stiamo ingegnando più di tanto per andare avanti.

agent.org

 

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3 responses

11 02 2011
romo

Articolo che merita rispetto!

11 02 2011
agent.org

grazie romo
ci becchiamo uno di questi giorno

11 02 2011
agent.org

o anche uni di questo giorni

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