“Distant Lights” (Burial)

11 10 2010

Tanti e tanti mesi fa un amico disse una frase che, nonostante inizialmente presi un po’ alla leggera, mi colpì: “Quando senti Burial non ascolti altro per mesi”. Sempre incuriosito, andai a cercare il primo disco. Qualche mese dopo mi trovavo avvolto dalle luci artificiali di un aeroporto nuovo, da solo, con una copia del disco a 192 Kbps nel lettore mp3 e degli auricolari di fascia bassa. Tuttavia, malgrado le condizioni di ascolto poco ideali, qualcosa mi catturò, e dal pezzo con Spaceape in poi ho sensibilmente capito che stava accadendo qualcosa di speciale, e stavo attraversando un territorio a me nuovo. Quel mio amico aveva pienamente ragione: nei mesi immediatamente successivi l’ho ascoltato di continuo.

“Distant Lights” è stata la mia prima fissa e la mia porta d’ingresso per il mondo dubstep. Un treno della metro in lontananza, un ritmo 2-step a base di legno e metallo, con sforbiciate e pezzi di vetro che rotolano per terra, un lamento umano smembrato che poi si incrocia con uno complementare e dalla tonalità più alta, i sintetizzatori bassi dalla grana tangibile, provenienti dallo spazio ma macchiati dallo smog, una semplice progressione di sintetizzatori più alti con delay e una corsa che sfocia in un riverbero elettrico… e ora smetti di leggere per qualche minuto, servono solo le orecchie…

Oggi che finalmente faccio solcare questa canzone dalla puntina del mio giradischi, beh, ancora oggi ogni volta che la sento mi viene da chiudere gli occhi, e mi vengono in mente i giri senza meta ad Elephant and Castle e Bethnal Green, quando ero ancora ignaro di quel che pulsava a pochi chilometri di distanza da lì, e posso vedere dei grandi capannoni, delle panchine deserte, dei semafori riflessi nell’asfalto bagnato, delle scatole vuote al termine di un mercato, un tabellone senza canestro; posso sentire le porte di un vecchio autobus, l’eco di una sirena, lo sbattere di ali di uno stormo. Posso sentire il profumo di curry nelle ore del mattino, l’odore di piscio del vicolo accanto, la polvere di un cantiere, spostarmi su un muretto appicicaticcio, calpestare inavvertitamente una lattina. Burial è la periferia dei luoghi e dell’esistenza. Lo scenario successivo ad un apocalisse con la sordina. E se lo senti, realizzi che è parte di te.

“Then a couple of sounds might come up, glow, the rest of them sink down and burn out.”

(Intervista a Burial di Mark Fisher, in Wire, #286 dicembre 2007).

fabio


 

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