Retrospettiva su Pink Flamingos [John Waters]

21 07 2008

È inutile parlare dell’anticonformismo di Pink Flamingos, nel senso, l’han fatto tutti quelli che bene o male hanno parlato di John Waters e dei suoi film. È inutile dire che l’apparato hollywoodiano e il moralismo imperante ancora nel 2008 si scandalizzano a vedere uno che apre il culo e lo fa cantare. È soprattutto inutile 36 anni dopo dire che Pink Flamingos e il suo protagonista Divine (Harris Glenn Milstead) hanno scardinato le convenzioni mostrando sul grande schermo (non immaginatevi tutto sto fottio di spettatori, al tempo, ormai si, è un cult, ma come è cult qualunque cosa dopo vent’anni) ciò che prima non era stato fatto, o perlomeno non così esplicitamente. Non è il caso neanche di raccontare perché la critica si divide tra “è una cagata pazzesca” e “è un film veramente ottimo”, dopotutto succede per la maggior parte dei film. Non è il caso neanche di star li a parlare di tutti quelli a cui piace perché è un film vero, reale, diretto, non costruito, spontaneo e quant’altro, anche perché la maggior parte di questi che lo dicono probabilmente non s’infilerebbero neanche dentro un box a reclamare uova come Edith Massey, però è comunque vero, diretto, reale e quant’altro.

In definitiva non c’è un cazzo da dire, han già detto tutto altri critici, recensori, coprofagi, cantieri, catrame, dunque apposto così.

L’unica cosa che si può dire, forse, è che Divine è un attore bravo, estremamente bravo. (Guardare anche Polyester può aiutare a capire meglio le qualità di quell’esponente di una delle tante minoranze).

Però va detto, il film ha una trama molto originale, questo è il punto, poi perché negare che quando lo si vede si rimane un po’ sconcertati da quell’ammasso di facezie? Però basarsi solo quello non ha senso. Bella storia, belle immagini. Questa è la questione, senza star li a farci giri pallosi su nuove correnti di pensiero, trashismi, novità nel cinema, innovazioni ecc, dopotutto ripeterei solo quello che ho letto qua e là.

Per capire bene poi il perché di alcune creazioni queste due storie sono interessanti:

Baltimora: una notte calda e appiccicosa del 1968
. Un drivein. In cartellone c’è Faster, Pussycat! Kill! Kill! Un tizio magro, con uno sguardo stralunato e una passione sfrenata per il cinema, compra un biglietto. Il suo nome è John Waters. È stato fulminato da uno spot alla radio: “Faster, Pussycat! vi lascerà in bocca il gusto del peccato”. A Waters non basta una sola visione. Per una settimana torna al drivein, si fa prestare l’auto dagli amici e li trascina ad assistere alla follia di Russ Meyer: tre gattone inguainate in salopette di pelle scorrazzano in motocicletta seminando il terrore in tutti gli Stati Uniti. Le curve pericolose di Tura Satana sembrano dilatarsi oltre lo schermo e invadere il paesaggio.
John Waters ne è estasiato e sconvolto: inizia a collaborare con qualsiasi giornale che accetti di pubblicare i suoi inni al genio di Russ Meyer.
Purtroppo il resto del mondo non la pensa come Waters: con Faster, Pussycat! Russ Meyer ha rinunciato alla nudità e al softporno per poter entrare nel circuito dei drivein, ma i suoi estimatori sembrano non aver gradito. Gli incassi crollano e il film è presto dimenticato.

Fine 1972, New Orleans . Una cabina telefonica. Attraverso i vetri sporchi e offuscati scorgiamo una figura famigliare: qualcuno muove nervosamente le mani, alza la voce, grida. Ci avviciniamo: è John Waters. Non ha più una lira e vive in uno squallido appartamento di New Orleans in compagnia di due suoi attori.
Con l’ennesima carta di credito rubata, John sta telefonando al suo distributore newyorchese, la New Line. Ce la sta mettendo tutta: vuole convincerli a lanciare il suo ultimo film, Pink Flamingos. A dire il vero, il film ha già avuto diritto a un’anteprima a Boston al South Station Cinema, un locale gay. I cronisti ancora ricordano con passione la notte passata alla toilette, ma hanno idee piuttosto confuse sul film e la reazione del pubblico (pubblico?).
L’ultima telefonata ha funzionato: la New Line ha convinto quelli del cinema The Elgin. Sembra che El Topo non tiri più. Serve un nuovo colpo. Vada per Pink Flamingos: proiezione a mezzanotte, questo fine settimana, nessuna pubblicità in anticipo purtroppo.
Waters salta sull’auto, direzione New York: guida da solo, senza soste, senza dormire, non lo ferma nemmeno un tornado che lo sorprende lungo la strada.
Arrivato in città si accampa a casa di amici e improvvisa una campagna pubblicitaria. Chiama tutti quelli che conosce, nessuno escluso. La prima sera riesce a riempire mezzo cinema. Gli affari non vanno malissimo. The Elgin gli concede un altro weekend.
Il Venerdì seguente la fila fa il giro dell’isolato: il teatro è esaurito, senza che ci fosse stato un manifesto o un annuncio alla radio. Puro e semplice passaparola.

Tratto da http://www.trax.it/jack_stevenson2.htm

Ciao amici! Sintonizzatevi ancora perché è un sito e non c’è un cazzo da sintonizzare!

Alessandro Manacco

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One response

21 07 2008
Pier

Trovo che questa recensione sia abbastanza sbrigativa, e lascia dei buchi riguardanti lo spessore reale di questo film. Trash, si certo!! ma trash di classe.. una storia assolutamente originale con dei caratteri unici (esaltati dalla sempre grandiosa Divine e da Edith Massey nella parte della madre ritardata). Da sottolineare come nonostante il budget ridotto Waters riesca a ottenere una discreta fotografia.. riguardo alle scene finali ( mi riferisco sopratutto alla scena in cui Divine mangia feci di cane) ognuno può esprimere un diverso parere: “cattivo gusto” o “senso dell’umorismo”?? a voi la scelta.. Per chi ama Waters e le sue assurde, e allo stesso tempo fantastiche, storie è consigliabile Desperate Living.. per chi vuole andare ancora oltre ritengo che Mondo Trasho sia il suo piccolo capolavoro in bianco e nero.. John Waters un regista unico considerato (senza per altro sbagliare) l’anti holliwood.. consigliato a chi ama il trash e il cinema in generale..

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