Richard Matheson – I Am Legend

16 07 2008

<<Come out, Neville!>>

Chiunque abbia letto “I Am Legend” (“Io sono leggenda”, Fanucci Editore), difficilmente dimenticherà il grido tetro di Ben Cortman, che ogni notte striscia via dal suo nascondiglio per tormentare colui che un tempo era suo amico, Robert Neville, l’ultimo uomo della terra.

Il romanzo di Richard Matheson (per la prima volta in Italia nel 1957 – ovvero a tre anni di distanza dall’edizione originale – su Longanesi, nel 1989 all’interno della collana Urania Classici col titolo “I vampiri” e successivamente ristampato come “Io sono leggenda”, dulcis in fundo riproposto da Fanucci) è una pietra miliare della letteratura fantastica e della narrativa americana degli anni ’50, costante fonte di ispirazione per il cinema (di genere) e per tanti altri scrittori (King, furbescamente citato in copertina, è solito indicare l’autore tra i suoi maestri più importanti).

“I Am Legend” nasce tra le ombre di una sala buia al cui interno viene proiettato un vecchio film del 1931, “Dracula” (Tod Browning), l’idea è però quella di rovesciare in maniera speculare il mito del Vampiro, o meglio del diverso: il protagonista non è infatti l’altro, l’affezione che contagia gli esseri umani, al contrario Robert Neville è l’unico essere umano ancora in vita, l’anomalia in un mondo abitato da una nuova forma vivente. La storia prende il via da un’epidemia di origine sconosciuta che annienta sempre più velocemente il genere umano, alla morte segue però un ritorno, i contagiati si risvegliano dal loro sonno e si comportano proprio come i vampiri descritti da Bram Stoker. Robert vede così morire amici, colleghi, moglie e figlia, ritrovandosi definitivamente solo. A questo punto si attiva un circuito inesorabile: al crepuscolo il protagonista è vittima di un costante assedio, all’alba invece deve bruciare i cadaveri rimasti sul prato, rimettere a posto gli specchi e l’aglio, controllare la macchina e stanare altri vampiri. Un po’ alla volta la sua umanità sbiadisce, perfino la voce (oramai inutile) diventa un elemento estraneo alla sua nuova condizione, angoscia, orrore, disperazione e solitudine prendono spesso il sopravvento su Robert, che alterna il whisky e le visioni della moglie Virginia allo studio della malattia che ha colpito l’intero genere umano. Egli è convinto infatti che scavando nella superstizione del vampiro sia possibile arrivare ad una soluzione, dunque a una cura. Quando incrocerà in pieno giorno un cane (prima) e una donna (poi) la storia volgerà ad uno splendido ed inaspettato finale…

L’intreccio prende corpo sul grande schermo prima in “L’ultimo uomo della terra” (Sidney Salkow/Ubaldo Ragona, 1964), girato in uno spettrale Eur, accreditato alla coppia di registi ma probabilmente diretto solo dal primo ed interpretato da un magistrale Vincent Price, poi nel minore “The Omega Man” (“1975: occhi bianchi sul pianeta Terra”, Boris Sagal, 1971), infine nel disastroso “I Am Legend”, con Will Smith (“Io sono leggenda”, Francis Lawrence, 2007). In realtà la pellicola che più di tutte ha raccolto le ispirazioni di Richard Matheson è, per stessa ammissione dello scrittore, “The Night Of The Living Dead” di George A. Romero (“La notte dei morti viventi”, 1968). Da segnalare l’episodio numero 77 di Dylan Dog intitolato “L’ultimo uomo sulla terra” (Sclavi e Roi, febbraio 1993) e la graphic novel omonima adattata da Steve Niles ed Elman Brown.

<<Ora sono io l’anormale. La normalità è un concetto di maggioranza, la norma di molti, e non la norma di uno solo>>

Antonio Bra Smiraglia

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One response

16 07 2008
djdarius

Accidenti non si finisce mai di imparare nella vita!
Non sapevo dell’ esistenza di questo libro. Al termine dell’articolo ho capito perche’ reputi disastroso l’ultimo film di Will Smith (comunque discreto nell’ insieme).
Grazie per la collaborazione BRA e complimenti per l’ottimo lavoro su rapmaniacz.com !

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